Siore e sssiori è arrivato l’hatterinnoooo


Se un tempo, l’arrotino aveva come compito l’arrotare, il principale scopo dell’hatterino, oggi è ‘hatterrare’.

Sviluppata in tenera età una propensione lucida nell’analizzare i fatti, (se escludiamo un paio di cataclismi sentimentali) ho deciso di metterla al servizio della gente, scrivendo.

Scandagliando l’intricato mare delle relazioni umane, molte delle quali di natura amicale, altre sentimentali, altre ‘na via de mezzo, e sventolando una laurea in giurisprudenza, ho spesso dovuto interrogarmi sul significato della parola giustizia.

Lungi da me introdurre un discorso sulla legalità nel nostro paese o peggio ancora sulla politica, vi dirò che la suddetta parola si presta per natura alla stesura di un trattato.

Quando, in un tempo lontano lontano, ho aperto il mio primo manuale di Diritto, ho scoperto cosa nel nostro ordinamento fosse identificabile come giusto: ciò che lo è, viene stabilito dalla legge attraverso i suoi codici.

Per le relazioni umane non esiste ancora un giurista che abbia dettato dei canoni a cui attenersi e infatti i rapporti sono un disastro peggio dei nostri Tribunali. Quante decine di cause civili-sentimentali avete affrontato nella vostra vita? Siete stati puniti o eravate i giudici? Spesso i ruoli tendono a confondersi, ma soprattutto dobbiamo riflettere al fatto che nei legami a due, di qualunque natura essi siano, non dovrebbe mai esserci subordinazione. In teoria.

Un metodo vincente per avere un buon rapporto (a me finora è riuscito bene solo con gli amici) è osservare. Se stessi, l’altro, gli altri. Cercare di capire se esiste un minimo comun denominatore che possa rendere un rapporto vincente.

Beh, a quanto pare non c’è. Non esiste una giustizia comune.

L’aberrante per uno è normale per l’altro e viceversa.

Vigono le regole del caos e della fortuna, le persone per caso (e spesso per sbaglio) incrociano la nostra strada e altrettanto velocemente e spesso casualmente, la lasciano.

Un ottimo spunto di riflessione mi è stato fornito dal mio trasferimento milanese. Quale miglior metodo per testare una relazione se non un migliaio di chilometri e rotti?

Dalla mia analisi sono emersi dati interessanti e molto curiosi. Assodato il fatto che io non creda nelle relazioni di coppia a distanza e che la presenza reciproca sia fondamentale per rendere un rapporto “vero”, l’amicizia resta certamente il terreno su cui meglio verificare la solidità di una struttura a due.

Mi spiego meglio.

La conoscete la favola dei tre porcellini? Morale scontata a parte, (elemento da tenere sempre ben lungi da ogni tipo di rapporto, a mio avviso) mi sono sempre fatto domante sulla storia delle tre casette. Sul concetto di solidità insomma.

Perché una casa di paglia? Perché un rapporto di paglia? La distanza genera una serie di scintille infinite che possono far scoppiare un incendio in pochi secondi.

Quando non sei a portata di mano… sei inevitabilmente meno utile?

All’esame di Economia politica, è stata la prima domanda che mi hanno fatto.

Il concetto di utilità è un principio microeconomico di base e i rapporti affettivi non ne sono esenti; ma se è vero che il fabbisogno è alla base di questa intricata materia in modo direttamente proporzionale, tra le persone è inversamente proporzionale.

Maggiore utilità = minore rapporto.

Ed è qui che inizio ad atterrare.

E’: “quello che posso fare per te” alla base del nostro legame?

Badate, non parlo di quello che naturalmente ci si chiede (spesso senza parole) tra persone unite, ma del sottilissimo atteggiamento di opportunismo che rende simili a una cloaca a cielo aperto.

Chiarirò il punto.

Mia nonna diceva sempre: “prima di conoscere davvero qualcuno devi mangiare quintali di sale”, il che è imprescindibilmente vero.

Questa è la ragione per la quale preferisco da sempre le persone apertamente stronze, (sia esserlo – sia frequentarle) perché da loro è impossibile avere brutte sorprese. La brutalità la reputo un elemento connaturale all’affetto autentico, le voci impostate, i troppi sorrisi ed i t.v.b facili sono per me dei seri campanelli d’allarme.

I sentimenti che custodiamo dentro di noi del resto, sono totalmente scissi dal nostro modo di comportarci… l’abbraccio di una persona normalmente anaffettiva per me ha molto più valore delle smancerie di una persona costantemente stucchevole.

Forse solo gli anni riescono ad appianare tutto, ma come ho avuto modo di apprendere di recente, spesso nemmeno questo è abbastanza. L’affetto decennale non è abbastanza, la vicinanza non è abbastanza, l’utilità diventa inutile e non diventare estranei alla fine è difficile come trovare una paninoteca in via Montenapoleone.

La regola matematica del giusto rapporto non esiste quindi, ma esiste un coefficiente che non è variabile. La pasta.

Non parlo dei carboidrati di cui la metà di questa città sembra essere nemica, parlo dell’essere “fatti della stessa pasta”. Se ci si sforza di essere amici per motivi sotterranei quando si vive nella stessa città, a distanza, di fatto, questo sforzo viene meno molto facilmente. E se questo favorisce la selezione naturale della specie-amica, da una parte perpetra un senso di amarezza inevitabile.

L’unica asserzione corretta che mi sento di fare è quindi che il numero dei “come stai” ricevuti in un dato lasso di tempo, è l’unica equazione che rende esatto il risultato-amicizia.

Diffidate clamorosamente delle persone che vi guardano con gli occhi a cuoricino come Sailor Moon finché potete portare le loro chiappe in giro o accoglierli in casa vostra, cercate piuttosto di concentrarvi a conoscervi interiormente, così da poter individuare le persone umanamente più simili a voi.

Ergo, se non vi riesce di trovare sessanta secondi in un mese per formulare la magica domanda, è segnale chiaro che amici non si è.

Quelle che ci staranno ancora accanto tra una decina d’anni non sono necessariamente le persone a cui abbiamo voluto più bene o con cui abbiamo passato più tempo, bensì quelle a cui abbiamo dispensato decine di “te l’avevo detto”, con cui siamo stati noi stessi e che non ci hanno rimpiazzato con una nuova figurina geograficamente più disponibile.

Il materiale umano altrui è l’unico codice che nessuna legislatura potrà mai modificare, e se non è identico al nostro, è segnale che stiamo perdendo il nostro prezioso tempo in un legame che si smercia con la data di scadenza della mozzarella di bufala.

L’unico genere di amarezza che mi piace.

Mah sì, beviamoci e magnamoci su.

Del resto, le persone saranno anche passeggère, ma una coppetta ghiacciata di Absolut Vodka e succo alla mela verde

è

per

sempre.

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~ di hatterego su settembre 6, 2010.

3 Risposte to “Siore e sssiori è arrivato l’hatterinnoooo”

  1. Ammazza che maturità!!!! 🙂

  2. … la vecchiaia è una carogna! 😉

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