Malvestite, gay & disoccupati

Dato che siamo in tema di cinematografia storpiata, volevo farvi solo sapere che io e Sarah Jessica Parker siamo assolutamente INDIGNATI dall’uso decisamente inappropriato che Upim sta facendo della frase “in the city”: se moda si deve accompagnare al sesso ed alla città deve essere alta, non acrilico rivestito.

Detto ciò veniamo alla quaestio di oggi, prenderò spunto da un discorso telefonico afferrato distrattamente stamane mentre tornavo a casa sul bus circolare (volgarmente detto 90) che pressappoco recitava così: “Io l’Aurora (si, qua usano l’articolo davanti al nome, io vorrei tanto dare fuoco a loro ed all’uso che fanno dell’italiano) la detesto, siamo state amiche (tutto al femminile eh) solo per un tratto di strada si e no… come? No no per carità non la invitare… si, ci sono uscito ieri, si abbiamo scopato… no… beh non direi grosso ma nemmeno piccolo, hahahaha no no non è sposato… si ora sto andando in piscina dai, ci sentiamo quando sono tornato? Si dopo andiamo a mangiare sushi.. si… ai nid iù… ciao amo…” CLIK.

Quella che ci apprestiamo ad analizzare e che da troppo tempo rimandavo, è l’analisi della fagness, meglio nota come ricchionagine irreversibile, e del suo rapporto con la frociara di turno. Iniziamo a isolare i singoli elementi della conversazione, praticamente fatta solo di luoghi comuni e stereotipi gay: pettegolezzo-odio di turno-sesso-sport-cucina giapponese. Questi sono i principali fattori a cui Milano sottopone gli uomini ed essi riescono magicamente a ridurre anche Vin Diesel in un qualunque Leopoldo Mastelloni. Da un mesetto, per motivi di lavoro, mi sto dedicando al peolple watching, una simpatica attività che mi dona grandi spunti anche per questo blog; devo ammettere che pur lavorando in tutt’altro settore, davanti ai negozi di Duomo e San Babila si possono prendere spunti per profonde indagini sociologiche.

Milano, quale focolaio gaio italiano, è assolutamente il terreno perfetto per la suddetta riflessione. L’altro mio lavoro d’altro canto (si, a Milano devi farne minimo due e saltuari possibilmente), mi permette di osservare l’altra faccia della comunità: quella degli orsi. Le checche milanesi li chiamano “le obese malvestite”, gli orsi (più bonaccioni o spesso maturi o semplicementi avanti con l’età) non li guardano nemmeno in faccia e li chiamano “le feshion”.

Si detestano. Non esiste punto di contatto tra le due categorie (tranne Tiziano Ferro) e quel che è più divertente esse si discriminano tra loro. Un orso, ma qui bisognerebbe aprire un parentesi gigantesca per spiegare le varie sottocategorie, non si farebbe maaaai vedere in giro con una feshion e una feshion si rivolgerebbe ad un orso solo nel caso in cui volesse farsi portare le pesanti buste di H&m.  Quello che puo’ accomunare le due “specie” in questo momento di crisi, è la disoccupazione. Solo che l’orso per la sua fisicità, si presta a 360 gradi dal lavoro d’intelletto alla manovalanza, la feshion che pesa di solito 40 chili bagnata, di norma è una frilenz (gergo con cui si definisce il disoccupato con partita Iva che spesso è un individuo di sesso maschile ma dai modi femminili che fotografa o disegna o taglia o serve).

Ma il vero ed esterno anello di congiunzione tra omosessuali pelosi e non, è lei. La donna della loro vita ma che non toccherebbero nemmeno con un dito: La Frociara. Lungi dall’essere un remake di De Sica, la figura merita una lunga trattazione a parte, anche se tutto sommato lei è un ghei come un altro, solo che ha davvero la patata.

So che morite dalla voglia di conoscere il seguito di quest’epopea pink, ma ho cenato solo con un gelato di Grom e devo scappare ad un compleanno. Chissà che sull’autobus non colga altri preziosi spunti per la seconda parte del mio racconto.

to be continued

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~ di hatterego su ottobre 9, 2010.

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