Erba di casa mia

 

Era la canzone preferita di mio padre. La cant(ilen)ava sempre, ricordo solo questo perché il tempo mi ha ormai portato via il il suono e il timbro della  sua voce. Ricorda di prenderne atto senza intristirti troppo, che hai trent’anni cazzo.

Tornare a casa per qualche giorno (dove “qualche” è un eufemismo) è stato a dir poco rigenerante e stamane, mettere piede a Milano con le scarpe ancora sporche di sabbia mi ha dato un certo piacere perverso. Alla partenza ero un tantino ammusonito per alcuni “problemi” lavorativi, è venuto fuori che a furia di lavorare coi ragazzini qualcuno lo diventa a sua volta. E a chi importa davvero il desueto giochino del prendi-ascolta-riporta-spettegola? Un tantino penoso.

Così ho affrontato il mio viaggione di andata e ritorno in soli quattro giorni e stamattina, quando sono arrivato a Porta Romana ed ho aperto la porta di casa non sapevo esattamente come mi sentivo. Quindi ho acceso il Mac e lo scoprirò probabilmente adesso insieme a voi.

Era la prima volta che non tornavo a casa dopo tutto questo tempo, nemmeno quando ho studiato a Parigi ero mai stato via tanto. Entrare nella mia camera mi ha disarmato. Il lavoro, le bollette, le responsabilità sono sparite nelle pieghe della mia collezione di Topolino e mi sono lasciato accarezzare dal profumo che utilizzavo al liceo, ancora per metà intatto sul vetro del mio bagno.

Sorrido al pensiero che il guardaroba qui sia davvero grande quanto il mio monolocale milanese, penso a come tutto questo spazio alla fine sia quasi superfluo quando non è abitato. Mia madre non puo’ fare a meno di ricordarmelo quando spalanca il balcone sul mare del piano mansardato dove io vivo e che tengono chiuso quando sono via.

Non vorrebbe farmi sentire in colpa nemmeno quando alla partenza mi chiede se ho preso tutto oppure ho scordato qualcosa, e mi dice che l’unica cosa che lascerò qua è lei. Perché è verissimo. Sinceramente non saprei restare allo stesso modo in cui poi non so’ andare via, la mia vita è stata sempre così e forse sempre lo sarà. Forse non riuscirò mai ad avere tutto nello stesso posto. Invidio tanto quelli che alla fine ci riescono.

In Calabria il tempo è mite e calpestare la legna che le mareggiate hanno portato sulla riva provoca sotto le mie suole un rumore che amo, che mi confonde. Scatto qualche foto, gioco coi cani dopo essere tornato dal dentista ancora un po’ dolorante; non posso fare a meno di pensare che domani le luci e la folla dei saldi in negozio mi stordirà, che devo assolutamente andare a vedere se ci sono ancora da Vivienne Westwood quegli stivali che ho puntato, che ho orari da rispettare, il battesimo di mio nipote questa domenica, regali di Natale che ancora non ho dato, un giro in Ticinese da fare nei miei negozi preferiti.

Poi davanti ai pescherecci tutto scompare. Non c’è più il ragazzo di campagna e nemmeno quello ritratto su Gq intento a sfogliare la rivista al party privato di Fred Perry; c’è una terza persona che a volte non conosco, quella che vorrebbe bastassero poche ore per potersi raccontare, spiegare che negli ultimi quattro mesi la sua vita è cambiata totalmente in modi che non s’aspettava, ma riesce solo a lanciare segnali che solo una madre riesce a capire, ultrasuoni decifrabili solo per due.

Da due ore, il taxi mi ha restituito una città grigio antracite che sembra davvero di un altro pianeta, né migliore né peggiore. Solo… diverso. I chilometri, gli anni e i meridiani possono sempre cambiare ma le domande, in fondo, restano sempre le stesse.

Ma un’ altra primavera… chissà quando verrà?

 

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~ di hatterego su gennaio 7, 2011.

3 Risposte to “Erba di casa mia”

  1. Bello. Sensazioni comuni di una persona che da anni vive la tua stessa condizione.
    Cosimo (sai chi sono, mi hai dato tu qyesto nome!)

  2. Dai, ma veramente… quando verrà un’altra primavera?! Caspita, eravamo nello stesso tratto di Calabria e non ho avuto nemmeno la possibilità di conoscere l’autore più promettente del nostro paesello! 🙂
    Buon lavoro!

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