La sindrome di Tourette

 

Tra poco sarà trascorso un anno dal mio arrivo  a Milano ed io – che sono l’uomo dei bilanci – mi sono subito messo all’opera con carta e penna alla mano. Due giorni fa col mio migliore amico M. discutevamo di ciò che è cambiato in soli 12 mesi; tendo sempre a lamentarmi di avere un’età ed una certa fretta nel raggiungere dei traguardi ma finché non sono gli altri a mostrarmeli a volte non realizzo di averli in parte già raggiunti.

Mi sono stabilizzato su tutti i fronti e questo equilibrio a volte mi rende irrequieto, questo prima di ieri sera.

Ceno con A. e L. una “non-coppia” che si trova in quella fase di limbo in cui d’obbligo si arranca nei primi mesi di una conoscenza. Mentre mangio e m’inchiavico di Coca Cola i vestiti – cosa che non mi rende certo ben predisposto all’ascolto e di buon umore – non posso fare a meno di notare che il loro interagire va degenerando sempre più col passare dei minuti.

Conosco A. da molto tempo e ne so qualcosa. Non conosco L. se non di fama. Provo lo stesso però, bagnato di zucchero e caffeina fino alle mutande, a cercare d’indagare la loro dinamica che mi pare come minimo… interessante. E’ come se L. cercasse di demolire A. in mia presenza, iniziando da battutine sarcastiche e passando ad insulti veri e propri. Quasi troppi perché possano essere realmente il suo vero pensiero. Diventano man mano caricaturali e vuoti di senso. Tanto più che A. non si scompone particolarmente, se non in qualche frangente in cui frasi tipo: “Il problema è che non mi fai sesso” e “sto accanto a te solo per aiutarti e perché mi fai pena” gli fanno partire davvero la brocca.

Io avrei alzato le mani per molto meno ma questo è un altro discorso.

Così, in queste ventiquattr’ore non ho potuto fare a meno di chiedermi… perché le persone si costringono a stare “insieme”?

Già solo come domanda essa sarebbe potenzialmente errata se solo consideriamo che l’essere umano ragiona per bisogni ed in base ad essi costruisce la sua vita e si circonda di determinate persone. Le offese sono solo parole, ed a meno che non si sia affetti dal morbo di cui sopra e tutto sia perciò scusabile, non sono davvero la cosa di cui dovremmo realmente preoccuparci. E’ il “perché”. Cosa spinge A. a tollerare tutto questo?  Cosa muove realmente L. fino a fargli dire ciò che dice?

La prima cosa che mi viene in mente è che A. sia talmente in preda dell’amore da sforzarsi di sopportare, la seconda è che sia autolesionista e la terza che voglia qualcuno che gli complichi le cose per qualche suo inconscio ed irrisolto motivo. Forse L. è psicolabile o magari soltanto di una sincerità brutale, può essere che volesse solo esibirsi davanti ad un estraneo e sia poi diversissimo nella loro realtà a due… o forse non vuole ammettere che A. gli piace molto e cerca solo di difendersi. Probabilmente nessuna di queste ipotesi. Di fatto grazie a questa serata ho iniziato ad apprezzare ancora di più quel che ho.

Il rifiuto, se così vogliamo chiamarlo, è un’arma che tutti abbiamo usato ed in cui tutti ci siamo crogiolati almeno una volta. La difficoltà è senz’altro il sale di una rapporto ma un limite forse esiste. Personalissimo ma c’è.

Solo che se fossi io a chiederlo risulterei fuori luogo. Così stavolta mi tengo la mia personale opinione invitando gli interessati a farsi quella banalissima domanda. Quella dalla risposta talmente disarmante e vera che spesso abbiamo paura di porci. Quella che vale per i lavori, i luoghi, gli amici, gli amori.

Sei esattamente nel posto in cui vorresti essere, ora?

 

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~ di hatterego su agosto 7, 2011.

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