Un milione di scalini

 

Freud nella sua “Interpretazione dei sogni” si affannava a spiegare quanto le scale fossero un simbolo chiaramente sessuale, per l’affanno che provocano nell’affrontarle, per il termine “montare” che si applica ad entrambe le azioni e per tutta un’altra serie di motivazioni che definire forzate sarebbe poco.

 

Quelle che vedete conducono dalla strada sottostante a casa dei miei nonni, in collina, un paesino sperduto dov’è cresciuto mio padre ed in cui torno sempre quando vado a casa. Ho affrontato questi scalini milioni di volte ed ogni volta mi sembravano cortissimi o altissimi a seconda dell’età, li ho saliti mano nella mano con mia madre, dopo aver parcheggiato la prima volta la macchina da solo e l’altro giorno, invece, semplicemente non ce l’ho fatta a farli di un colpo.

 

Sarà che ho trent’anni, sarà che ho smesso la palestra prima dell’estate o sarà semplicemente che le cose cambiano. Quando mi sono attaccato trafelato alla ringhiera fissando l’azzurro che sovrastava le casette, un bambino mi è sfrecciato davanti: ha la riga in parte, gli occhi piccoli e delle scarpette coi lacci verdi. Sono io. Quello che un tempo li faceva a quattro a quattro divorandoseli quegli scalini. E se per temperamento competitivo anche verso me stesso sarei portato a corrergli dietro e sorpassarlo rischiando l’infarto, oggi no. L’ho lasciato andare via.

 

Ho superato quel bambino in altre cose e questa vittoria la deve avere, è sua di diritto. La merita. Un tempo correvo veloce e niente mi affaticava, oggi penso che le mie ferie sono quasi finite, che il cane ha mangiato poco, che ho ricevuto finalmente quel bonifico, che stasera ho voglia di fare l’amore, che devo andare in lavanderia ed a fare la spesa.

 

Quella che si chiama “vita vera”. Di norma “vero” e “normale” sono parole che m’indispettiscono, ma è bizzarro come chi non abbia una “vita vera” spesso non abbia anche – verso le cose – delle reazioni “normali”. Una volta ero pronto ad innervosirmi e litigare quasi per tutto, sentivo quasi che legittimava la mia esistenza. Dire la mia opinione, impormi con veemenza e aggressivamente.

 

“Legittimare” ho imparato che equivale a “non avere”. Se devi legittimare il tuo ruolo sul lavoro, un ruolo non ce l’hai. Se devi legittimare il tuo spazio, uno spazio tuo non ce l’hai. Se vuoi legittimare di essere giovane sei già con un piede nella fossa. Se vuoi legittimare il tuo amore la tua storia sta per finire. Se vuoi legittimare le tue idee è perché nel concreto non sai farle valere.

 

E se invece di legittimare iniziassimo a vivere?

 

La vita secondo me, secondo te, quella diversa per ognuno, quella che ci fa muovere, viaggiare, innamorarci, saltare gli scalini e saper accettare anche quando è il caso di rallentare o fermarci. Perché abbiamo imparato che le forze vanno spese meglio e perchè come dice saggiamente il mio migliore amico: “noi non abbiamo più tempo per perdere tempo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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~ di hatterego su ottobre 15, 2011.

2 Risposte to “Un milione di scalini”

  1. sono parole stupende…ecco tutto!

  2. I tuoi sovracitati quasi trent’anni ti rendono sempre più saggio. Chi lo avrebbe mai detto?
    M.

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